Italian Chamber of Commerce in Canada West | Sovranità nell’Artico (parte I): perché è importante e le sfide per il Canada
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Arctic Region Map

24 Mar Sovranità nell’Artico (parte I): perché è importante e le sfide per il Canada

Laura Borzi si addentra, con questo lavoro, nella complessità del significato di sovranità nel contesto dell’Artico canadese. Il Canada è posto oggi davanti a una sfida inedita: far convivere il quadro delle minacce e della competizione globale con la multidimensionalità del principio di sovranità artica, che include elementi come la protezione ambientale e lo sviluppo socio-economico del Nord, ai diritti, la sicurezza e la partecipazione dei popoli artici alla gestione delle relazioni internazionali, anche con il “vicino” Stati Uniti e con l’altro gigante geografico artico, la Russia.

 

Dei 3 capitoli di cui si compone l’analisi di Borzi, qui presentiamo la prima parte. Concluderanno l’indagine, il secondo e terzo capitolo, che renderemo disponibile nel corso delle prossime settimane, sulla sovranità canadese in rapporto ai popoli indigeni e sulle questioni di confine con gli altri Paesi artici.

 

Laura Borzi*
in collaborazione con Osservatorio Artico

 

In questo articolo >>>

  • La (nuova) percezione della sicurezza nell’Artico
  • La Russia e il senso dell’integrità territoriale
  • Storia del Canada e (non) evoluzione del concetto di sovranità in Artico
  • Sovranità canadese e relazione con gli Stati Uniti: Defense against Help
  • Sovranità canadese e sicurezza – difesa militare
  • Conclusioni: una sovranità da difendere?

 

Rimasta al di sotto del radar della geopolitica per tutto l’ultimo decennio del secolo scorso, la regione artica è tornata oggetto di attenzione generale a partire dagli anni 2006-2007 a causa dell’accelerazione del riscaldamento climatico.

 

All’epoca le stime della ricchezza delle risorse dell’area insieme all’alto prezzo del petrolio avevano alimentato l’idea dell’Artico come la nuova frontiera energetica mondiale e come scorciatoia per la navigazione verso l’Asia.

 

Non solo gli Stati rivieraschi, gli Artic Five, hanno provveduto all’aggiornamento delle loro politiche nel Nord, ma è anche cresciuto l’interesse del resto della comunità internazionale per la regione.

 

Attraverso il grimaldello della ricerca scientifica, della protezione ambientale e dello sviluppo sostenibile, molti attori, statali e non, hanno cercato di ottenere quella sorta di passaporto diplomatico rappresentato dallo status di membro osservatore del Consiglio Artico, il forum intergovernativo che dal 1996 costituisce il pilastro della governance al Nord.

 

Se le motivazioni economiche, i bassi prezzi del petrolio e i costi elevatissimi di produzione hanno comportato una flessione nell’avventura dello Scramble for the Arctic, la regione resta quanto mai sotto la lente della comunità internazionale.

 

Non è tanto (o soltanto) l’attrattiva degli idrocarburi a sensibilizzare gli interessi economici – che peraltro restano incentrati su attività industriali già avviate, come l’estrazione mineraria, la pesca e il turismo.

 

Al momento il nuovo protagonismo della regione è piuttosto di carattere politico- militare: la possibilità che le tensioni globali, in particolare la degradazione ininterrotta dei rapporti tra NATO e Russia e la competizione sino-americana si traducano in pericoli di conflittualità in Artico.

 

Il ritorno della politica di potenza a livello sistemico, connesso allo scioglimento dei ghiacci che si traduce in un’apertura di spazi precedentemente inaccessibili, ha avuto significativi effetti sulla percezione della sicurezza per gli Stati rivieraschi.

 

Questa circostanza assume una particolare valenza per i due giganti geografici, Russia e Canada la cui enorme dimensione territoriale artica (50% e 25% del Nord) influisce fortemente sulle rispettive culture e identità politiche.

La retorica nazionalista si è fatta strada con particolare enfasi su questioni di sovranità e sicurezza nei confronti di attori esterni e sembra tradursi, al presente, in un’avvertita necessità di aumentare gli asset militari e le infrastrutture civili per lo sviluppo del territorio e per il suo controllo più puntuale.

 

La (nuova) percezione della sicurezza nell’Artico
 

 

In questo ambito vogliamo prestare attenzione alle dinamiche che il cambiamento climatico ha innescato sulla percezione di sicurezza di Russia e Canada occupandoci prevalentemente della dimensione della sovranità che, al Nord del pianeta, costituisce comunque per motivazioni geografiche una questione più complessa che altrove.

 

La sovranità di uno Stato, che in termini basilari significa che questi non riconosce un’autorità superiore sopra di sé, ai sensi del diritto internazionale si articola su 3 componenti:

  • un territorio,
  • una popolazione residente su questo territorio,
  • un sistema di governo.

Queste condizioni devono essere tutte ugualmente soddisfatte anche in uno spazio geografico tanto ampio e scarsamente popolato come l’Artico.

 

Naturalmente l’importanza degli Stati nel difendere la loro sovranità nazionale ha a che fare con la sicurezza. Gli Stati difendono la loro sovranità prima di tutto per salvaguardare i loro interessi e i loro valori.

 

Arctic Region Map – By CIA World Factbook – CIA World Factbook, Public Domain, via Wikimedia Commons

 

Se in passato, nel periodo che va dall’era moderna a pochi decenni fa, nel mondo delle frontiere uscito dalla pace di Wetsphalia, questa protezione avveniva essenzialmente tramite lo strumento militare, allo scopo di difendere il territorio dalle invasioni di altri Stati oppure contrastare rivolte interne, oggi la sicurezza (security e safety) deve essere considerata anche nell’aspetto della Human Security[1] ad esempio a protezione del benessere della popolazione o la preservazione dell’ambiente.

La Russia e il senso dell’integrità territoriale

 

Una questione alla quale anche la Russia sembra cominciare a prestare maggiore attenzione poiché la gestione delle sfide ambientali e umane mette alla prova la coerenza territoriale del Paese e dunque il rilancio dello sviluppo economico del Nord nel suo complesso.

 

È la componente della hard security l’elemento che resta prevalente nella forma mentis del Cremlino. E non poteva essere altrimenti.

 

Per Mosca il cambiamento climatico si è tradotto in un sentimento di vulnerabilità strategica che ha inciso significativamente sulla percezione della sicurezza.

In passato i ghiacci al nord costituivano una protezione naturale in grado di attenuare il sentimento di accerchiamento e di vulnerabilità che, storicamente, si è sempre accompagnato alla gestione di un territorio immenso.

 

Da una parte, gli Stati occidentali si preoccupano della militarizzazione della frontiera artica russa anche se si snoda come elemento coerente della politica ambiziosa per la regione artica e strumento fondamentale per l’affermazione di potenza.

 

Dall’altra, al nord del pianeta, la percezione della minaccia è legata alla presenza militare della NATO e alla capacità degli Stati artici di attivarsi per l’aggiornamento delle loro politiche di difesa e sicurezza nell’area.

La Russia teme la presenza militare dell’Alleanza che si è manifestata in particolare con un aumento delle esercitazioni al Nord, segnale dell’interesse politico verso una regione che rischia di vedere compromessa la propria vocazione di area di pace.

 

Trident Juncture nel 2018 ha costituito la maggiore esercitazione dalla fine della guerra fredda con 50.000 soldati provenienti dai 29 Paesi NATO, oltre a Finlandia e Svezia.

 

Al di là dei numeri in termini di uomini e mezzi, sono due gli aspetti da sottolineare:

  • in primo luogo, l’esercitazione si è svolta in Norvegia, il Paese che più ha sostenuto la necessità di un impegno a Nord dell’Alleanza;
  • inoltre, si è svolta per mostrare le capacità dell’Alleanza di difendere uno Stato membro dall’attacco di un Paese estero.

Rivendicazione russe nell’Artico – Public domain, via Wikimedia Commons

 

Tra sfide logistiche, operative e di coordinazione, in un ambiente così difficile ad alte latitudini, si vuole dare il segnale che si è manifestamente preparati a temuti scenari futuri di crisi al Nord.

 

Il Cremlino non ha mancato di reiterare che le crescenti attività della NATO nell’area costituiscono una significativa minaccia in Artico oltreché una sfida alla dottrina marittima e militare russa.
Il timore del rafforzamento del fianco est della NATO e la connessione geografica tra Artico e Baltico si ripercuotono a livello polare in particolare nel settore della sicurezza e in quello militare. Se le tensioni nel Baltico e nel Mar Nero sono di maggiore intensità, mentre più a Nord pare meno concreta la possibilità di conflitti diretti, non si può escludere la possibilità di malintesi e in generale rischi di contrasti associati alla progressiva geopoliticizzazione dell’area.

 

Un anno fa, nel documento politico del Cremlino, “Principi base della politica Russa in Artico”, si indicava come interesse prioritario di Mosca quello volto a “garantire la sovranità e l’integrità territoriale”. Dunque, in tal senso, è presumibile un ulteriore sviluppo di un programma di modernizzazione militare e civile ambizioso al Nord, una regione necessariamente oggetto di particolare attenzione poiché produce il 20% del PIL russo.

La Russia punta sulla Northern Sea Route (NSR) come una via nazionale di navigazione internazionale per il potenziale di risorse energetiche e minerarie. Per questo sono necessarie infrastrutture marine e terrestri, cavi sottomarini e tutto quanto possa sostenere lo sviluppo e sfruttamento delle ricchezze del Nord. Se successi effettivi si rilevano nello sviluppo economico della penisola di Yamal, più in chiaroscuro è il tema dello status giuridico della NSR.

 

Il Cremlino intende far valere il controllo della Rotta come acque interne e questa presa di posizione, alla stregua del Passaggio a Nord Ovest canadese, non è condivisa dal resto della comunità internazionale. Ciò potrebbe tradursi in situazioni conflittuali nel caso del passaggio di navi straniere.

 

Mosca richiede l’adempimento di una serie di condizioni al transito: permesso per il passaggio delle navi e piloti russi a bordo delle stesse, con la minaccia dell’uso della forza in caso di non osservanza delle richieste.

 

Sempre in merito a questioni di diritto internazionale, la Russia afferma la sovranità territoriale lungo la frontiera artica stabilita nel 2013 che raggruppa i territori del Nord vicini all’Oceano Artico o collegati ad esso per motivi economici.

 

L’obiettivo è duplice: mettere in sicurezza le linee di trasporto della frontiera e prepararsi a nuove minacce, teoriche a questo stadio, proprio in merito alla sovranità, ad esempio sulla piattaforma continentale.

 

A tal proposito, Mosca è attenta alle questioni di diritto internazionale. Nel 2001 per prima ha sottoposto una domanda ufficiale presso la Commissione per la delimitazione della piattaforma continentale per il riconoscimento delle dorsali Lomonosov e Mendeleiev come continuità del territorio russo.

In seguito alle raccomandazioni da parte della Commissione sui limiti della piattaforma continentale[2], nel 2015 è stata fornita ulteriore documentazione.

 

Le rivendicazioni russe si sovrappongono a quelle danesi e canadesi nella parte relativa alla dorsale Lomonosov.

 

È lecito aspettarsi che, come in passato, le dispute saranno risolte tramite un processo diplomatico in grado di condurre ad un accordo.

 

Sulle questioni relative alla sovranità territoriali torneremo con maggiore approfondimento nella terza parte di questo lavoro.

 

Il progetto di mettere in sicurezza il Nord si iscrive nella continuità della politica russa volta a garantire la propria sovranità attraverso capacità operativa e prontezza delle FFAA, nonché tramite una normativa volta a restringere il transito delle navi militari nel passaggio a Nord Ovest.

 

La storia e la cultura strategica russe restano necessariamente ancorate al concetto di difesa dei confini territoriali seppur oramai da oltre due decenni in un senso dilatato. La necessità di avere un “qualche controllo” sui Paesi vicini è indicata dalla circostanza che la maggior parte delle basi militari si trovi in questo spazio e dalla ricerca del glacis, la ricerca incessante della profondità strategica.

 

La prospettiva dell’apertura del Nord a causa del cambiamento climatico alimenta la percezione della fine della santuarizzazione di cui, nei tempi passati, godeva il territorio.

 

Storia del Canada e (non) evoluzione del concetto di sovranità in Artico

 

Il tema della sovranità e della sicurezza, visto da Ottawa, è assai più complesso, perché è suscettibile di essere dilatato oppure ristretto in base ai molteplici soggetti che ne cercano limiti e coordinate in relazione alle loro prospettive di interesse.

 

La sovranità in Artico è un topic ricorrente nel discorso politico canadese. L’attenzione si concentra spesso sulla quantità di risorse da allocare proprio per la protezione della sovranità e alla sicurezza del Nord.

 

Territorio, governo e popolazione. In realtà quando Ottawa parla di sovranità in Artico si riferisce a una moltitudine di questioni: dal controllo delle acque dell’arcipelago, alla difesa delle minacce esterne, alla partnership con le comunità locali e alle attività di nation building, al sostegno delle legittime aspirazioni dei residenti.

 

Canada Map – Public Domain, Via Wikimedia Commons

 

 

Se gli studiosi canadesi di relazioni internazionali sono particolarmente attenti all’aspetto della sovranità in Artico, gli osservatori esterni sono perplessi in merito ad una certa apprensione sul tema che caratterizza questo approccio di Ottawa rispetto agli altri Stati artici.

Tutti gli Arctic Five sono, come il Canada, interessati alla risoluzione delle rimanenti e non numerose dispute territoriali all’insegna del diritto interazionale. Tuttavia, altrove, il tema predominante è la complessità delle minacce, in particolare quelle provenienti da altri Stati (Russia e Cina per l’Occidente) o gruppi di Stati (come l’Alleanza Atlantica per la Russia).

Le minacce attuali sono ormai evidenti anche per il Canada nel quale sembra cominciare a farsi strada la necessità di un non più procrastinabile aggiornamento del concetto di sovranità artica che si inserisca nel quadro della competizione globale in cui è rilevante l’analisi della minaccia al Paese nel suo complesso, non tanto in Artico ma attraverso l’Artico.

 

Questa propensione canadese a focalizzarsi sulla sovranità artica invece che sulla difesa dell’intero territorio trova la sua spiegazione nella storia canadese.

 

Da un lato c’è la tradizione a dover cercare una propria rotta sicura, destreggiandosi nella politica delle grandi potenze alleate, nell’ordine Regno Unito e Stati Uniti. In secondo luogo, c’è una vicenda lunga e difficoltosa per assicurare il titolo sul territorio da parte di una nazione che affonda le sue origini in un’esperienza da colonia, la Nuova Francia e il Nord America inglese, e che, fino alla metà del XIXsecolo, non aveva un proprio governo.

In quello che diventerà il Canada, furono proprio gli inglesi a sviluppare l’interesse nelle aree artiche, esplorandole e colonizzandole. Nel 1670 alla compagnia della Baia di Hudson fu garantito il monopolio del commercio sulla regione. Essa governò de facto (senza peraltro avere in mentre lo sviluppo del territorio) fino a che gli Stati non reclamarono i territori tra numerosi conflitti, in particolare per il commercio delle pellicce.

Le colonie si sono evolute con i mutamenti di confini della conquista militare e ottenendo la libertà di esprimere la loro politica autonoma nei confronti della madrepatria. A cominciare dal 1867 il Canada ha gradualmente guadagnato l’indipendenza ottenendo il controllo della politica estera nel 1931.

 

In merito al Nord, appena 130 anni fa, la sovranità canadese era tutt’altro che assicurata.

 

Nel 1880 la Gran Bretagna cedeva le isole dell’arcipelago dell’Artico al nuovo dominion che per un quarto di secolo si disinteressava all’area almeno fino alla corsa all’oro di Klondike (1896).

All’inizio del XX secolo il governo inviò missioni esplorative per percepire diritti di dogana in una modesta affermazione del potere legittimo.

Soltanto nel periodo tra le due guerre furono istituiti nel nord postazioni della Gendarmerie Royale a mostrare una presenza continua, anche se la geografia escludeva ogni tipo di minaccia militare, dato l’isolamento dalle conflagrazioni in Europa e in Asia.

 

Dalla Seconda guerra mondiale l’Artico canadese acquisisce una propria importanza strategica e, da allora, è in relazione al vicino americano che le questioni di sovranità acquistano un particolare rilievo: la protezione del Nord significa la protezione del Continente.

 

Con queste premesse sullo sfondo si possono meglio comprendere e individuare gli elementi chiave del dossier canadese sulla sovranità artica, volendo valutare in ultimo se e in che misura questi restino adeguati alle minacce e sfide contemporanee.

 

Sovranità canadese e relazione con gli Stati Uniti: Defense against Help

Come abbiamo visto, il rapporto del Canada con il potente vicino americano acquisisce un maggiore rilievo a partire dal secondo conflitto mondiale quando Washington si attiva per garantire la protezione del Nord America fornendo presenza e capacità militari per l’Artico canadese.

 

La preoccupazione in merito alle arterie terrestri e alle rotte aeree verso l’Alaska ha fatto sì che gli americani concludessero accordi con il Canada per la costruzione di infrastrutture, tra cui un oleodotto, terreni di aviazione e una strada nel nord est.

Una volta che il personale americano fu sul posto, con il Primo Ministro canadese MacKenzie King (1935-1948) si è temuto che le iniziative in nome della sicurezza comportassero un rischio per la sovranità. Invece alla fine della guerra e, su domanda di Ottawa, le istallazioni permanerti passarono in mano ai canadesi.

 

Ma l’interdipendenza tra sicurezza e sovranità era oramai un concetto che si affermava in tutta la sua portata. La sicurezza americana si è così rivelata come decisamente collegata alla difesa artica.

Iceabreaker della Guardia Costiera canadese via Canadian Coast Guard

 

 

A causa della ridotta distanza dagli avversari, il Nord ha assunto interesse nella pianificazione nucleare occidentale e sovietica, come indicano le carte polari dell’epoca, e la rivalità tra i due blocchi ha esercitato un’incidenza significativa per la difesa artica.

 

Durante gli anni 50, con l’intensificarsi della guerra fredda, fu perciò costruito un complesso di difesa aerea attraverso il nord America con lo scopo di tracciare i bombardieri sovietici. Dalla prima serie di stazioni radar, la Pinetree line, la Mid Canada Line e la Distant Early Warning, completate nel 1957, alla loro sostituzione con il North Early Warning System.

 

I siti sono stati sottoposti a un sistema di comando e controllo congiunto USA- Canada, il NORAD, North American Aerospace Defense Command, istituito nel ‘58 e soggetto da allora a vari aggiornamenti.

 

Questa presenza americana ha alimentato da parte di Ottawa un timore di “affievolimento” dei diritti di sovranità a Nord, ma la minaccia percepita non si è concretizzata, poiché gli USA si sono rivelati un partner affidabile pronto a lasciare il territorio canadese una volta che i progetti giungevano a conclusione.

Durante la guerra fredda, la NATO e gli accordi bilaterali con gli Stati Uniti hanno garantito la sicurezza canadese. Non soltanto.

 

Il NORAD, la cui funzione fondamentale era la difesa da attacchi aerei e dall’invasione sovietica, ha permesso al Canada di partecipare alla difesa del proprio territorio e di “proteggersi” dagli Stati Uniti. Si vuole qui far riferimento ad un concetto di grande rilievo per comprendere la particolarità della relazione Canada – Stati Uniti: quello di defence against help.

 

Si tratta di una tesi sviluppata da uno studioso norvegese, Nils Ørvik, all’inizio degli anni ‘70 che concerne più in generale le dinamiche dei rapporti tra gli Stati minori rispetto alle grandi potenze in materia di difesa:

 

nel caso in cui il Canada non avesse provveduto ad un minimo di difesa dalle minacce esterne tanto da rendere gli USA vulnerabili, gli Stati Uniti avrebbero intrapreso azioni unilaterali a costo di minacciare o violare la sovranità canadese.

 

Considerato il divario di potenza tra i due Stati e la determinazione americana nel proteggersi dalle minacce esterne, il NORAD ha conferito a Ottawa uno strumento per controllare a sua volta la difesa (sovranità esterna) del proprio territorio.

 

A oltre 60 anni di distanza, si può ritenere che gli accordi bilaterali con gli Stati Uniti abbiano garantito la sicurezza canadese ad un costo relativamente basso. Il Canada si è ritagliato in questo modo un ruolo di fornitore di sicurezza piuttosto che unicamente quello di “consumatore”.

 

Una solida diplomazia artica è riuscita a preservare la sovranità al Nord, risparmiando il costo inaccessibile di difendere unilateralmente le regioni più distanti, e ha permesso di dare un contributo alla sicurezza internazionale tramite le missioni di peace keeping (espandendo il concetto human security in politica estera) e all’Alleanza Atlantica in Europa.

 

In merito all’attuale panorama strategico, la questione urgente è proprio quella dell’aggiornamento del NORAD alle nuove minacce, ovvero le capacità militari delle potenze revisioniste e le loro dottrine in merito all’utilizzo della nuova generazione delle armi nucleari e convenzionali di precisione.

 

 La necessità è espressa nel documento politico di difesa Strong Secure Engaged del 2017, nel capitolo concernente la difesa della strategia artica del Canada del settembre 2019 (Arctic and Northern Policy Framework) e nelle lettere di mandato ai Ministri del nuovo governo.

 

Mappa del NORAD, Public domain, via Wikimedia Commons

 

Il tema della modernizzazione del NORAD, still the only bi-national military command of its kind[3], è stato affrontato nel primo incontro con il Presidente Joe Biden il 23 febbraio 2021. La Dichiarazione congiunta indica l’inizio di un dialogo Artico tra i due Paesi che avrà per oggetto varie questioni, dalla sicurezza continentale, allo sviluppo sociale ed economico, alla governance artica.

 

Il NORAD resterà il dossier dominante dell’agenda di difesa della relazione Canada-USA, mentre la nuova amministrazione americana sta lavorando alacremente a rimettere su un nuovo binario le relazioni con gli alleati di fronte alle minacce emergenti di una Russia in ripresa e una Cina in ascesa.

 

Nella prospettiva della relazione bilaterale le minacce alla sovranità artica sono essenzialmente le minacce al continente americano, riguardano pertanto la difesa dell’intero territorio canadese.

 

Sovranità canadese e sicurezza – difesa militare

 

Notoriamente la sovranità dello Stato si esercita anche con il controllo del territorio attraverso la presenza di strumenti della forza che possono essere attivati in caso di minacce esterne anche allo scopo di “mostrare la bandiera”.

 

Infatti, il Governo federale canadese ha spesso fatto riferimento alle FFAA ogni volta che si è reso necessario allo scopo di far fronte a percepite “crisi di sovranità”. Ciò si è verificato puntualmente con i viaggi del Manhattan nel ‘69 e ‘70 e i con quelli della Polar Star, fino alle varie fasi di discussioni riguardo l’Isola di Hans.

 

Nel decennio 2006-2015, con il governo conservatore del Primo Ministro Harper, le FFAA sono state considerate l’architrave della strategia in materia di sovranità fondata su un principio costante: use it or loose it[4].

 

Ciò che serviva al Nord era un aumento delle capacità militari, more boots on the ground and eyes in the sky, una posizione appositamente concepita per constatare la debolezza dei liberali sul tema.

 

Il riferimento è al ruolo primordiale delle FFAA nella difesa della sovranità e all’esistenza di un legame imprescindibile tra l’elemento militare e lo Stato. La nozione secondo cui un Paese che non dimostra di occupare e controllare efficacemente il proprio territorio può perdere la sovranità per abbandono.

Questo atteggiamento dei conservatori in merito alla difesa del territorio rientrava in una visione del Canada probabilmente al di sopra dei propri mezzi, che merita di essere contestualizzata.

 

Il mandato Harper (2006-2015) è coinciso da un lato con il ritorno dell’Artico all’attenzione geopolitica mondiale, dall’altro con una concomitante situazione di grave carenza di asset militari nel Nord, conseguenza della scarsa attenzione accordata al teatro strategico di confronto Est-Ovest una volta crollato l’impero sovietico.

Nel 2000 le capacità canadesi di operare nel Nord erano atrofizzate: nei tre territori del Nord, Northwest Territories, Nunavut, Yukon, erano costituita da un quartier Generale a Yellowknife con uno staff di 77 persone , 4 elicotteri da Trasporto Twin Otter, piccole stazioni lungo il North Warning System e il First Canadian Rangers Patrol Group.

 

Che l’Artico fosse elemento di preoccupazione per la difesa e per gli altri dipartimenti governativi lo conferma all’inizio del millennio il dipartimento della Difesa con il rapporto Arctic Capability Study, in cui si indicavano le tendenze emergenti e le minacce potenziali facendo il punto sugli asset in artico. Le carenze erano tali che non era possibile espletare le missioni basilari delle FFAA nel territorio canadese: dalle missioni di Search & Rescue e di protezione ambientale, all’assistenza umanitaria o al sostegno al potere civile.

Preoccupavano inoltre i dati della comunità scientifica che indicavano l’apertura entro un ventennio del Passaggio a Nord-Ovest alla navigazione per parte dell’anno e le potenziali sfide di sovranità derivanti dall’incremento dei transiti nel PNO suscettibili di mettere in pericolo lo status legale del passaggio come acque interne storiche del Canada.

In base alla Convenzione sul diritto del mare, negli stretti internazionali vige un diritto di passaggio da parte delle navi straniere e, tra gli altri, né USA né UE, i più importanti alleati, riconoscevano come fondata la posizione canadese. Perciò, era quanto mai importante esercitare il controllo sull’area in questione.

Nel 2006, nel corso di una testimonianza alla Commissione permanente del Senato sulla sicurezza e difesa, un eminente esperto in diritto internazionale, Donat Pharand, avvertiva che, se il Paese non avesse preso adeguate misure di controllo, la sovranità artica ne sarebbe risultata completamente amputata.
 

Il governo liberale Trudeau, succeduto ad Harper nel 2015, ha portato avanti il concetto dell’importanza dell’Artico per le forze armate canadesi (CAF).

 

È con Il documento politico di difesa Strong Secure and Engaged (2017) che si delinea in modo dettagliato l’approccio alla sicurezza regionale sulla base di alcuni elementi:

 

Aumento delle minacce non convenzionali provenienti non da attori statali, ma da interessi commerciali

Navigazione, ricerca scientifica e turismo che pongono nuove domande di sicurezza

• Necessità crescente di attività di search and rescue per disastri naturali o indotti dalle attività umane

In tal senso il procurement si orientava verso asset adeguati come sistemi di sorveglianza ed informazione e il miglioramento della consapevolezza situazionale e movimento tattico, con un approccio integrato dei vari dipartimenti governativi (whole of govenment approach) e il rafforzamento delle relazioni con gli alleati.
 

Le questioni di sovranità e sicurezza sono reiterate nella Strategia Artica che fa molti riferimenti al documento del 2017.

 

Si asserisce con fermezza la presenza al Nord, grazie a un accresciuto impegno militare, controllo del territorio e rafforzamento della gestione delle emergenze, con l’imprescindibile collaborazione con le comunità locali, con i gruppi indigeni e partner internazionali.

 

Il governo Trudeau ha dato continuità agli impegni e investimenti del governo conservatore precedente con un aumento della presenza militare in Artico e nel lungo periodo il termine “sovranità” è usato con molta più parsimonia.

Distinguendosi in ciò dalla tradizione dei conservatori, si attua una migrazione semantica verso termini come “controllo e surveillance”.

 

Il documento registra l’aumento delle problematiche di sicurezza piuttosto che le minacce della difesa convenzionale, confermando un approccio alla pianificazione della difesa in una linea temporale decennale. La componente militare è vista nell’ottica di migliorare la propria mobilità e raggiungere I territori più a nord, stabilendo una maggiore presenza in Artico per gestire un territorio immenso in un’area di oltre 10 milioni di km quadrati.

 

In linea con i precedenti documenti della difesa, il messaggio che si vuole far passare è la necessità di prepararsi a sostenere attività di search and rescue (SAR) e attenzionare i capitoli relativi ai disastri ambientali, alla carenza di servizi (acqua cibo energia), alle problematiche attinenti alla navigazione, alle attività criminali, all’ingerenza di attori statali o non statali sulla sicurezza.

 

Nel complesso la politica di difesa tocca le giuste note.

 

In tale quadro le comunità indigene, sulle quali in relazione al concetto di sovranità ci soffermeremo del secondo capitolo di questo articolo, sono al Nord la presenza più efficace.

 

Si ritiene quindi necessario aumentare la collaborazione tramite i Canadian Rangers e gli Junior Canadian Rangers. Questo aspetto dell’attenzione alle popolazioni indigene è particolarmente importante per il focus dato dal governo Trudeau all’attribuzione delle responsabilità per gli aborigeni. In tal senso la Difesa indica che sarà migliorato ed intensificato l’addestramento dei Rangers, una tradizione della politica di difesa risalente agli anni 70.
 

Canadian Rangers in Nunavut, Canada via Wikimedia Commons

 

I Rangers sono stati nella storia canadese la risposta funzionale alle sfide di un territorio di grandi distanze, scarse risorse umane e costi esponenziali. Questo ha reso indispensabile ed efficace affidarsi alla conoscenza delle popolazioni locali.

La loro importanza in Artico è conforme alla politica sulla riconciliazione con gli aborigeni portata avanti da Trudeau. Alle loro capacità si è sempre più spesso fatto riferimento negli ultimi anni, via via che le questioni del Nord hanno assunto un sempre maggior rilievo. Tuttavia, un aumento del loro impiego anche come tempo operativo e di esercitazioni potrebbe avere un effetto logorante.

 

Delineata la necessità per Ottawa di “ritornare” al Nord, bisogna valutare in che senso la presenza delle FFAA possa costituire il presidio della sovranità.

 

Frutto della storia canadese di acquisizione del territorio, la sorveglianza e la presenza militare sul terreno sono spesso associate alla credibilità del Paese in materia di difesa della sovranità, per questo un aumento delle forze armate è apparsa naturale fin dall’era di Pierre Trudeau (1968-1979 e 1980-84).

Come in passato, oggi il dossier “sovranità in Artico” sembra debba fondarsi su condizioni giuridiche, politiche ed economiche.

Se la presenza militare per attività di sorveglianza e controllo costituisce un elemento necessario all’esercizio della sovranità, essa non può costituirne il solo fondamento. Semmai la componente militare dovrebbe avere un ruolo imprescindibile di sostegno, conservando una consistente capacità di rispondere ad una vasta gamma di questioni interne come:

  • il sostegno militare alle organizzazioni civili in merito alla sicurezza nazionale
  • il rispetto della legge
  • la risposta rapida alle emergenze
  • il contributo alle operazioni di search and rescue.

Conclusioni: una sovranità da difendere?
 

La difesa della sovranità in Artico o nel resto del Canada non è una questione di confini.

 

Le sfide per Il Canada così come per ogni altra nazione al mondo non derivano dai pericoli di invasione terrestre, ma sono costituite da ben altra tipologia di minacce come:

  • attacchi cibernetici,
  • sottrazione di proprietà intellettuale,
  • propaganda e interferenza tra la popolazione e in particolare nella formazione delle opinioni e nel meccanismo del processo elettorale.

Il sistema sociale e politico delle democrazie si è fatto ovunque complesso (si veda ad esempio la possibilità di voto online) e come tale più vulnerabile alle manipolazioni esterne.

 

In realtà, non è del tutto inappropriato speculare sulla circostanza per la quale, in un futuro non lontano, il Nord possa essere un vettore attraverso cui gli avversari cercheranno di colpire le vulnerabilità canadesi, come accade in altre parti del pianeta.

 

Un primo esempio di attività di disinformazione è quella volta a minare la relazione tra alleati, ad esempio facendo leva sui disaccordi o dibattiti esistenti anche se, come si è osservato, le divergenze artiche sono suscettibili di essere risolte alla luce della densa compagine giuridica UNCLOS.

Invece più pericolosa potrebbe essere la diffusione di false notizie proprio sui temi dell’Artico canadese.

Ad esempio, alimentare negativamente il dibattito su aspetti sui quali il governo e i rappresentati locali hanno espresso differenti visioni, ben si presta allo sfruttamento da parte esterna.

 

Altri attori potrebbero approfittare dell’opportunità per creare contrasti politici, minare la coesione sociale o aumentare la polarizzazione, un modo per sabotare in definitiva la coerenza di visione necessaria a far fronte come collettività, sia al Nord che nel resto del pianeta, alle sfide e alle minacce presenti e future.

 

Uno Stato con una debole coesione interna si indebolisce inevitabilmente anche nella dimensione internazionale, essendo meno in grado di raggiungere i propri obiettivi strategici su scala globale.

 

Quello che deve far riflettere nel quadro geopolitico più ampio sono le attitudini al Nord del mondo di Russia e Cina non interessate alla conquista di territori o all’accaparramento delle risorse canadesi bensì a utilizzare il Nord come un teatro di diversione.

 

L’attenzione all’area, anche in termini di focus sull’aumento delle capacità militari russe e ai presidi economici di Pechino, possibile anteprima di presidi militari, rischia di spostare le risorse del Canada (e dell’Occidente) da altre aree del pianeta dove maggiori interessi sono in gioco.

 

Gli avversari finiscono per ampliare il loro margine di manovra a livello sistemico per il raggiungimento dei loro obiettivi su scala planetaria.
 

Il Canada, nazione di grande peso geografico nordico, ma di impronta ben più modesta nella politica mondiale, dovrà sostituire il concetto di sovranità artica con quello di difesa dell’intero territorio dalle minacce presenti e future, nella consapevolezza che il contesto internazionale che incide sull’Artico canadese è molto più problematico e incerto che in passato.

*Analista del Centro Studi Italia-Canada.
esperta di Artico e politica estera canadese
 


    [1]Un’ampia definizione di Human Security è quella fornita dall’Human Development Report (HDR-United Nations 1994. Sette sono le categorie che qualificano le minacce alla sicurezza umana: sicurezza delle comunità (tensioni tra gruppi etnici, perdita di cultura tradizionale), sicurezza economica ( povertà, disoccupazione), sicurezza ambientale (inquinamento), sicurezza alimentare (accesso al cibo), sicurezza sanitaria (malattie , malnutrizione), sicurezza personale (tortura violenza domestica suicidi), sicurezza politica (repressione). http://hdr.undp.org/sites/default/files/reports/255/hdr_1994_en_complete_nostats.pdf
    [2]La cooperazione è facilitata dall’art.76 della Convenzione sul diritto del Mare UNCLOS (1984) che definisce la piattaforma continentale, stabilisce che la Commissione fa raccomandazioni agli stati sui limiti esterni della piattaforma continentale e che questi limiti stabiliti dallo Stato sulla base della raccomandazione sono definitivi e vincolanti. Tuttavia questo non reca pregiudizio in merito alla delimitazione della piattaforma continentale tra Stati con coste opposte oppure adiacenti. United Nations Convention on the Law of the Sea
    [3]Remarks by President Biden and Prime Minister Trudeau of Canada in Joint Press Statements | The White House


    [In copertina: Whale Cove, Nunavut – Source: Leslie Philipp, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons]
     


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