Italian Chamber of Commerce in Canada West | Elezioni in Canada 2021: il terzo mandato Trudeau
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08 Oct Elezioni in Canada 2021: il terzo mandato Trudeau

Il risultato delle elezioni anticipate in Canada. Sfide interne e internazionali e i grandi temi ancora aperti sul prossimo mandato: clima, ripresa post Covid-19, riconciliazione, politica estera.

di Laura Borzi,
Analista del Centro Studi Italia-Canada,
esperta di Artico, difesa e sicurezza, politica estera canadese 


A metà agosto, nella stessa settimana in cui Kabul tornava nelle mani dei Talebani e rimetteva l’Afghanistan al centro dell’attenzione mondiale, in Canada, il Primo ministro canadese Justin Trudeau annunciava elezioni anticipate per il 20 Settembre. Il nuovo Governatore Generale, la Inuit Mary Simons, scioglieva il 44o Parlamento e iniziava una breve campagna elettorale di 36 giorni, il periodo minimo consentito dal Canada Election Act.

Nuove elezioni in Canada: alla ricerca di una maggioranza

La scommessa del leader del partito liberale era la ricerca di una maggioranza. Gli elettori l’avevano negata nel 2019 e ora sembrava giustificata dalla ricerca di un mandato forte, in grado di traghettare il Paese fuori della pandemia per imboccare il cammino verso la ripresa economica.

Ma la scommessa si è rivelata perdente. Se Trudeau è stato comunque confermato alla guida del Paese, è evidente che il panorama politico che si delinea a fine 2021 non è in sostanza dissimile da quello che era emerso nella precedente tornata elettorale: un governo minoritario.

Come per il governo precedente, si dovrà fare affidamento sui partiti di opposizione, probabilmente sul New Democratic Party (NDP), la formazione più progressista, per portare avanti legislazione, il budget e la gestione dell’epidemia.

Cosa cambia?

Non tutto resta invariato.

Trudeau ha eroso, se non il capitale politico, almeno la buona fede e il sostegno accumulati nel corso della gestione della pandemia. Molteplici le crisi cui far fronte back to work:

  • l’impatto dei cambiamenti climatici
  • i costi alti degli alloggi
  • l’abuso di oppiacei
  • la gestione di deficit
  • il debito pubblico.

La replica elettorale del 2019 ha mostrato una diffusa mancanza di visione nel lungo termine, talvolta uno scollamento tra le priorità dell’elettorato e i dibattiti tra le forze politiche contendenti e, infine, una qualche convergenza su temi oramai irrefutabili, come il cambiamento climatico e lo scenario economico post pandemia.

In particolare c’è la presa di coscienza che il deficit, che ha toccato il record di 314.00 dollari canadesi nell’anno fiscale 2020/21, comincerà a ridursi a 24.6 miliardi di dollari solamente nel 2025-26 (0.8 del PIL).

Al momento dello scioglimento del Parlamento il gradimento per il Governo Trudeau era elevato, anche in conseguenza di una gestione sensata della pandemia e di dati economici confortanti. Infatti, dopo un inizio molto incerto, il Canada si è trovato tra i Paesi leader nella somministrazione del vaccino, con il 70,5% della popolazione sopra i 12 anni coperta in modo completo.

L’economia rimane forte

Sul piano dell’economia, le previsioni del Fondo Monetario Internazionale indicano una crescita del 6.3%, oltre la media di Paesi ricchi (attestati al 5.6%). Per il 2022 l’economia rimarrà forte via via che le misure di contenimento saranno allentate e l’immunità al virus verrà raggiunta. La ripresa dell’economia canadese riflette l’esito delle politiche di stimolo monetario e fiscale, cosi come una significativa crescita negli USA (5.9%).

Si giustificano anche così l’incomprensione e l’irritazione, emerse durante tutta la campagna elettorale, di dover tornare alle urne mentre era in corso una quarta ondata di pandemia. Nel mentre la variante Delta costringeva allo stato di emergenza alcune aree come l’Alberta, dove il Premier Kenney ha chiesto scusa per la gestione della pandemia, dopo aver incautamente allentato le misure di contenimento del contagio e decretando a luglio the opening for the summer.

La geografia elettorale del 2021

I momenti di protesta, anche violenta, che stanno accomunando molti Paesi occidentali su temi come cambiamenti climatici, questioni sociali, giustizia e, per ultimo, il vaccino, si sono verificati anche in Canada, una società meno abituata a espressioni di malcontento in forma estrema, che è può essere indicativo di divisioni più profonde nel Paese.

La riconferma di Trudeau deve molto alla crisi sanitaria e alla situazione politica determinatasi con la pandemia e riflette, per certi aspetti, una tendenza osservata a livello mondiale: gli elettori si orientano verso i partiti dell’establishment in risposta all’incertezza.

Del resto, anche le elezioni canadesi a livello provinciale, che si sono tenute da settembre 2020 a marzo 2021, hanno restituito governi di maggioranza solidi (New Brunswick, Saskatchewan, British Columbia, Newfoundland, Labrador). Solo nel caso della Nuova Scozia, che però ha votato a fine agosto, il governo liberale uscente è stato sconfitto.

La geografia elettorale del 2021 ha lasciato invariate le divisioni evidenti, spesso aspre, tra i due principali partiti liberali e conservatori, ma anche tra est e ovest, tra città e zone rurali.

A Vancouver i voti sono per maggior parte liberali e NDP, Montreal resta fortezza liberale, come Toronto e le comunità circostanti, mentre le zone rurali e la parte centrale del Paese sono ancorate al voto conservatore.

Il verdetto delle urne

La composizione del 450 Parlamento non si discosta, se non di poche unità, da quella del precedente.

Dei 338 seggi assegnati con il metodo first past the post, per cui la maggioranza è quota 170.

  • i Liberali del Premier Trudeau ne ottengono 159 (due seggi in più rispetto al 2019)
  • i Conservatori, con il nuovo leader Erin O’Tool, 119 (perdono due seggi)
  • il terzo partito, Bloc Québécois, con il leader Yves François Blanchet, formazione costituitasi nei primi anni 90 allo scopo di difendere gli interessi del Quebec, aumenta di un seggio (passando da 32 a 33)
  • guadagna un seggio e raggiunge quota 25 l’NDP del popolare leader Jagmeet Singh, a capo della formazione di sinistra nata da un movimento di operai e agricoltori a fine anni ’80
  • i Verdi, anch’essi con un nuovo leader (Annamie Paul) ottengono 2 seggi, uno in meno rispetto al 2019.

In generale non sono emersi vincitori, ma si rileva piuttosto, in conseguenza dello shock pandemico planetario, che la convergenza su alcuni temi, come cambiamento climatico, economia e relazioni con i popoli indigeni cominciano a essere non solo mosse elettorali per guadagnare fasce dell’elettorato, ma presa di coscienza e punti di non ritorno.

Nessuna formazione riesce, pertanto, a ottenere il risultato che si era prefisso.

La strategia dei Conservatori e del nuovo leader Erin O’Tool

L’umore e le preferenze dei canadesi sono mutati nel corso delle cinque settimane precedenti il voto: l’elezione durante la pandemia ha visto i Liberali in testa nei sondaggi, poi le preferenze sono andate ai Conservatori i quali hanno finito per perdere nuovamente terreno.

Da una parte, O’Tool ha cercato di trasformare la consultazione elettorale in un referendum su Trudeau, dall’altra ha fatto in modo tale di “reinventarsi in itinere” e spostare il partito verso il centro dell’arco politico mostrando un volto più misurato.

Il cambio di strategia mirava a conquistare un elettorato più moderato come quello delle città, elettorato sfuggito al suo predecessore (Andrew Sheer), e si focalizzava su tematiche più vicine alla classe operaia e più consapevoli delle sfide del cambiamento climatico, compresa la possibilità di non abolire, in caso di vittoria, la carbon tax dei liberali.

Queste mosse hanno probabilmente spostato una parte dell’elettorato verso i populisti del People’s Party of Canada (PPC) di Maxime Bernier, che hanno cavalcato la “protesta anti vaccino”. Anche se non hanno ottenuto alcun seggio alla Camera dei Comuni, comunque costituiscono un contributo alla dispersione del voto e sono il segnale di un profondo malessere in una parte della popolazione.

Erin O’Tool, eletto un anno fa in sostituzione di Sheer che non era riuscito a battere i liberali nel 2019, ha ripetutamente sottolineato come il Partito Conservatore non deve guardare al passato, salvo avere come riferimento il modello Mulroney (Primo Ministro dal 1984 al 1993), suscitando, per questo, malumori nel suo stesso partito che, adesso, deve considerare come rielaborare la prossima campagna elettorale in termini di leadership.

La strategia di Trudeau

In campo liberale, Trudeau ha riposto speranza nell’attesa di essere premiati per la gestione della pandemia.

In una delle prime uscite a Vancouver, in una maldestra comunicazione sul tema del vaccino obbligatorio, ha presentato la prospettiva del ritorno al potere dei Conservatori come una regressione rispetto alle politiche del suo operato degli ultimi sei anni in tema di uguaglianza di genere, approccio al cambiamento climatico, politiche verso l’infanzia e di riduzione della povertà, dialogo paritario nation to nation con le popolazioni indigene.

Da parte di Trudeau, non sono mancati i riferimenti all’era del conservatore Stephen Harper (2006-2015), soprattutto in merito alle questioni climatiche.

I temi della campagna elettorale canadese 2021

Nel corso dei due dibattiti televisivi elettorali in lingua inglese e francese, i maggiori temi posti all’attenzione degli elettori sono stati quelli classici: la capacità di leadership e la credibilità, il cambiamento climatico, la riconciliazione (con i Popoli indigeni), il potere di acquisto, le problematiche economiche, la ripresa dal Covid-19.

Clima: la transizione energetica e le ondate di calore in Canada

Sul clima, in primis, il dibattito è stato ben diverso da quello del 2019, non certo soltanto a causa della virata dei Conservatori sui vantaggi per i consumatori delle tasse sulle emissioni di carbonio.

Sullo sfondo resta, semmai, l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sul clima pubblicato ad agosto, che sottolinea come governanti e governati abbiano circa due decenni per de-carbonizzare l’economia globale, salvo assistere all’aumento delle temperature di 2°C, con le catastrofiche conseguenze di stress climatici tali da rendere alcune aree del pianeta invivibili per l’uomo, tra cui le città.

Questo codice rosso per l’umanità ha fatto sì che ogni partito ponesse attenzione al cambiamento climatico.

Il Canada ha già sperimentato le conseguenze drammatiche degli episodi di clima estremo. A luglio 2021 i clamorosi incendi nella British Columbia, area dal clima oceanico, è stata vittima di una “cupola di calore”. Le temperature hanno raggiunto i 49°C con conseguente distruzione di foreste, città e una scia di morti tra la popolazione più fragile.

Impossibile non porre attenzione alla riduzione dei gas a effetto serra: nella precedente tornata elettorale circa due terzi del voto canadese è andato a partiti propensi a una qualche formula di carbon pricing. Da qui le promesse dei partiti sul tema:

  • i Liberali hanno proposto di tagliare le emissioni del 40-45 % sotto i livelli del 2005 per il 2030
  • i Conservatori hanno puntato più in basso (30% per il 2030 come da accordo di Parigi)
  • NDP e Green Party hanno indicato rispettivamente 50% e 60% per la medesima data.

Le discussioni si sono accese sul come affrontare la transizione energetica di un gigante energetico come il Canada, quinto Paese produttore di petrolio al mondo.

Economia: il sostegno in chiave anticrisi

Sul tema dell’economia nessuno dei contendenti avrebbe potuto contestare le molteplici misure che hanno sostenuto imprese e famiglie per attenuare gli effetti economici della pandemia come i sussidi ai salari e agli individui. Tuttavia, gli approcci sono stati molto diversi come ad esempio in merito alle fasce di reddito molto elevate della popolazione (si veda in proposito la piattaforma elettorale dell’ NDP).

Il tema economico è stato fondamentale in chiave anti-recessione indotta dalla pandemia.

Se è vero che il deficit consistente ha sempre costituito per la forma mentis canadese (un grave timore, al netto di ogni varietà e sensibilità politiche), l’attitudine è inevitabilmente cambiata con la pandemia e i programmi governativi a sostegno di tutte le categorie di cittadini in difficoltà hanno ricevuto un vasto appoggio.

Gli stessi Conservatori, nel loro manifesto elettorale Secure the Future: Canada’s Recovery Plan, hanno proposto un aumento della spesa, sebbene nella prospettiva di contrastare il deficit nel corso di un decennio. Del resto, la ripresa dal Covid-19 è questione delicata e centrale. Emerge la necessità di rallentare in parte i costosi programmi di sostegno all’economia ma altrettanto doveroso è l’invito alla prudenza, nella prospettiva di nuove chiusure se i casi dovessero aumentare, con l’incertezza dovuta all’applicazione non uniforme del passaporto vaccinale a livello provinciale per i settori più vulnerabili.

I programmi dovranno, dunque, essere ancora estesi e avranno bisogno di ulteriore sostegno quando la ripresa avrà maggiore ritmo.

Popolazioni indigene

Un terzo tema da porre sotto la lente per gli osservatori è stato quello della situazione delle popolazioni indigene.

Anche qui i Liberali sono stati sotto attacco per le promesse di Trudeau, che non ha raggiunto l’obiettivo di totale accesso all’acqua potabile per le First Nations, la cui data ultima doveva essere il marzo 2021.

I Liberali hanno tuttavia avuto il Nord del Paese tra le loro priorità fin dall’ inizio del primo mandato (2015) e hanno il merito di avere elaborato un’innovativa Strategia dell’artico (2019), scritta insieme ai popoli indigeni, cui ha partecipato nella fase preparatoria l’attuale Governatore generale Mary Simons, nominata rappresentante speciale dell’allora Ministro per gli Affari del Nord e dei Popoli Indigeni, Carolyn Bennet.

Risultati sono stati raggiunti anche tramite una legislazione volta a proteggere la lingua locale, la riforma sulla sanità infantile e gli investimenti nelle infrastrutture.

La riconciliazione con i popoli indigeni resta, malgrado i progressi, una strada non facile e ancora tutta da percorrere.

I mesi precedenti le elezioni hanno ravvivato in tutto il Paese la gravissima ferita che rappresenta un passato di genocidio culturale: il ritrovamento dei resti di circa un centinaio bambini nativi nei pressi di scuole per l’infanzia (Residential schools) prima in British Columbia e, successivamente, nel Saskatchewan, ha provocato un’ondata di riprovazione nell’opinione pubblica nazionale trasferitasi, insieme al peso e all’imbarazzo politico di dover “rimediare” agli orrori commessi, nei dibattiti televisivi.

A un’analisi approfondita, comunque, la breve campagna elettorale non ha posto gli affari indigeni in una posizione di dominio.

Lo scenario internazionale e la politica estera canadese

Infine, quasi per paradosso, è d’obbligo menzionare un tema tradizionalmente e pericolosamente assente nelle elezioni canadesi: il panorama mondiale.

In effetti, la politica estera è raramente oggetto di dibattito elettorale, ma, stavolta, è entrata rapidamente sulla scena – e altrettanto rapidamente ne è uscita –, per il tramite del dossier Afghanistan, Paese in cui il ruolo combat di Ottawa era cessato già a luglio 2011 e l’addestramento militare nel marzo 2014.

I vari partiti si sono espressi per l’accoglienza ai rifugiati con una varietà di formule numeriche (40.000 i liberali, 20.000 i conservatori), ma questa modalità replica ciò che già era accaduto durante la campagna elettorale del 2015, in concomitanza con la crisi in Siria: reazione e accoglienza dei rifugiati.

L’impressione è che Ottawa continui a essere meramente reattiva in uno scenario mondiale che non cessa di complicarsi.

Le relazioni con Pechino, a esempio, si trovano in uno stato di criticità, con una visione negativa della Cina da parte dei canadesi che, come nel resto delle democrazie liberali, ha raggiunto alti livelli.

La recente liberazione dei due cittadini i detenuti da Pechino dal 2018, Michael Kovrig e Michale Spavor, rilasciati poco dopo che gli Usa hanno raggiunto un accordo per rilasciare Meng Wanzhou, la direttrice finanziaria del colosso cinese delle comunicazioni Huawei, trattenuta in Canada, mostra l’impossibilità di concepire un qualsivoglia tema di sicurezza nazionale senza l’alleato irrinunciabile, Washington.

Ottawa è apparsa, in questo caso, vittima del confronto Cina-USA, una competizione che si acutizza.

In questo scenario si innesta il recente Patto trilaterale di sicurezza concluso da Australia, Regno Unito e USA (ANKUS), dopo la cancellazione da parte di Canberra della commessa di sottomarini a Parigi. L’accordo include una cooperazione dei tre Paesi anche in tema di cybersecurity e intelligenza artificiale, quest’ultima enfatizzata nel 2017 come elemento essenziale delle capacità delle FFAA canadesi.

Il Canada, inoltre, è membro del Five Eyes (FVEY), patto di sorveglianza di condivisione di informazioni cui fanno parte i tre dell’AUKUS, insieme a Canada e Nuova Zelanda.

Il Canada, come affermato dal premier Trudeau, proprio durante gli ultimi giorni di campagna elettorale, non è interessato al mercato dei sottomarini nucleari, ma è evidente che questa nuova alleanza in funzione di contenimento anti cinese lascia in disparte il vicino e alleato USA, almeno per la parte in cui FVEY e AUKUS si “sovrappongono”.

Cambiamento climatico, movimenti di persone su vasta scala nel globo, insieme al declino della democrazia in molti Stati dovrebbero essere sufficienti per far muovere la politica estera dall’inopportuno e superato ruolo di secondo piano nella campagna elettorale canadese.

In tal senso, un governo maggioritario sarebbe stato preferibile anche per Washington, anche per la possibilità di elaborare accordi di politica estera tali da produrre impegni multilaterali e in grado di arrivare a risultati concreti.

Il leader conservatore O’Toole, un veterano dell’aeronautica, aveva sottolineato la necessità di rinvigorire la relazione con Washington, citando a esempio la modernizzazione del North American Aerospace Defense Command (NORAD) e la risposta agli atteggiamenti aggressivi di Russia e Cina in Artico come priorità.

Il Partito Liberale, seppur di tradizione internazionalista, non è riuscito recentemente a ottenere un seggio al Consiglio Sicurezza – segnale di un impegno internazionale in senso lato almeno in parte in reflusso.

Lungo il confine non difeso più lungo del mondo, senza nascondere alcune divergenze sul piano dei rapporti economici (le politiche buy american) e con scarsa considerazione per la forte integrazione economica tra i 2 Paesi, il Presidente Biden e Trudeau hanno, sulla carta, la possibilità di una buona intesa nell’arco di due mandati temporalmente pressoché coincidenti.

Nonostante la deviazione AUKUS sul panorama delle sfide globali difficilmente non saranno in sintonia. La capacità del governo canadese di impegnarsi su scala internazionale sarà limitata dalla mancanza di una maggioranza quando Ottawa ha urgentemente bisogno di elaborare una visione e strategia in grado affrontare i marosi di un mondo in tempesta.

Il terzo mandato Trudeau tra sfide interne ed internazionali non sarà di facile gestione.

 

[Imagine di copertina: fonte]


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